SARAJEVO SAFARI: ALTRI DUE ITALIANI NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI DELLA PROCURA DI MILANO

Di: Giuliana Radice

Foto: Face

L’inchiesta milanese sul cosiddetto “Sarajevo Safari” segna un nuovo punto di svolta. Il pubblico ministero Alessandro Gobbis, titolare del fascicolo “cecchini del weekend” presso la Procura di Milano, ha iscritto nel registro degli indagati altri due cittadini italiani.

Quali sono le accuse per i due indagati

Le accuse, formulate nell’ambito di un’indagine per crimini di guerra contro la popolazione civile, riguardano un dirigente d’azienda residente lombardo e un altro cittadino italiano. I due si aggiungono all’ottantenne di Pordenone già indagato lo scorso febbraio.

L’impianto accusatorio ipotizza che, tra il 1992 e il 1995, i sospettati abbiano partecipato a un sistema di “turismo venatorio” durante l’assedio di Sarajevo. Secondo quanto emerso, cittadini stranieri facoltosi avrebbero pagato somme ingenti per raggiungere le colline che circondano la capitale bosniaca e, dalle postazioni dei cecchini serbo-bosniaci, aprire il fuoco sui civili intrappolati in città.

Il fenomeno, rimasto per decenni confinato a voci e testimonianze non verificate, è tornato d’attualità dopo la diffusione del documentario “Sarajevo Safari” del regista sloveno Miran Zupanič e il successivo esposto presentato dallo scrittore Ezio Gavazzeni.

I Carabinieri sulle tracce dei cecchini della domenica

Le indagini sono condotte daiCarabinieri del ROS, che hanno eseguito perquisizioni nelle abitazioni e negli uffici degli indagati. L’attività investigativa si concentra sulla ricerca di prove documentali, vecchi passaporti, registri di viaggio e tracce di transazioni economiche risalenti ai primi anni Novanta. L’obiettivo è confermare la presenza dei tre italiani sul fronte bosniaco in date compatibili con gli eventi contestati.

I profili dei nuovi indagati delineano contesti differenti. Il dirigente lombardo, all’epoca dei fatti poco più che ventenne, è sospettato di aver usufruito dei canali logistici che collegavano Belgrado alle linee d’assedio. Il secondo indagato è invece una figura nota negli ambienti dell’estremismo politico, ambiente nel quale sarebbe maturata la decisione di recarsi nei territori della ex Jugoslavia.

Crimini di guerra perpetrati da civili sui civili

Per entrambi l’ipotesi è la medesima: non combattenti o mercenari inquadrati in reparti militari, ma “ospiti” paganti che cercavano l’esperienza dell’uccisione mirata di esseri umani.

Le autorità bosniache hanno accolto con favore l’iniziativa della magistratura italiana. Il fenomeno del “safari” era stato oggetto di denunce fin dai tempi del conflitto, ma la difficoltà di identificare i partecipanti stranieri aveva impedito finora azioni giudiziarie concrete. L’inchiesta milanese mira ora a ricostruire la catena di comando e l’organizzazione logistica che permetteva il trasferimento dei civili dall’Italia alla Serbia, e da lì verso le postazioni di tiro sopra Sarajevo, garantendo loro protezione e anonimato. Il procedimento prosegue per verificare se la rete di complicità abbia coinvolto altri soggetti residenti in Italia.

 

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